Quello che è emerso in commissione merita attenzione, perché non riguarda soltanto due pratiche urbanistiche specifiche, ma tocca un tema più ampio: il rapporto tra trasparenza, controlli e responsabilità pubblica.

In Commissione sono state esaminate due richieste di “55 in deroga”, presentate da aziende che chiedono di ampliare una porzione dei propri capannoni, a fronte del versamento di oneri destinati a interventi pubblici per il Comune. Si tratta, quindi, di atti che non hanno soltanto una rilevanza tecnica, ma anche una valenza politica e amministrativa, perché chiamano il Consiglio comunale a esprimersi su trasformazioni del territorio che vengono autorizzate in via eccezionale. A notare la faccenda è il consigliere Stecco.


Poiché gli interventi riguardavano aree molto vicine tra loro, ha ritenuto utile approfondire direttamente la collocazione degli immobili. Durante la spiegazione del tecnico dell’ufficio urbanistico, ha consultato Google Maps, semplicemente per seguire meglio l’inquadramento della zona e comprendere con maggiore chiarezza il contesto in cui i consiglieri saranno chiamati a votare. È stato in quel momento che è emerso un elemento che, almeno a prima vista, è parso meritevole di verifica.

Confrontando le immagini satellitari con le planimetrie allegate alle pratiche, ha notato infatti una possibile discrepanza. Non essendo un tecnico, non ha tratto conclusioni affrettate né ha voluto formulare accuse. Ha posto una domanda semplice e diretta, chiedendo se l’immagine satellitare corrispondesse effettivamente all’intervento che il Consiglio sarà chiamato a votare. La risposta ricevuta, però, non ha chiarito il dubbio. Anzi, per certi versi sembra che lo abbia lasciato aperto.

Se quel dubbio trovasse conferma, ci troveremmo di fronte a un fatto molto grave: significherebbe che l’intervento oggetto della delibera potrebbe essere già stato realizzato prima dell’approvazione ufficiale da parte del Comune. In altre parole, il Consiglio rischierebbe non di autorizzare un intervento futuro, ma di trovarsi di fronte a qualcosa che, almeno in parte, potrebbe essere già esistente. E questo cambierebbe radicalmente il significato politico e amministrativo del voto.

Per questa ragione Stecco ha chiesto formalmente che, prima del passaggio in Consiglio, vengano svolti tutti gli approfondimenti necessari e che gli uffici procedano con le verifiche opportune per accertare l’eventuale presenza di irregolarità, ritenendo che questa sia una richiesta di buon senso, prima ancora che di rigore amministrativo. Quando un consigliere è chiamato a esprimersi su una deroga urbanistica, deve poterlo fare sulla base di un quadro certo, trasparente e verificato.

C’è poi un secondo aspetto che Stecco considera ancora più importante. Questa vicenda dimostra come oggi la tecnologia abbia cambiato profondamente il rapporto tra cittadini, istituzioni e controllo del territorio. Strumenti accessibili a tutti, come le immagini satellitari, consentono verifiche immediate, diffuse e puntuali. Questo significa che eventuali anomalie, che un tempo potevano sfuggire o rimanere confinate negli atti tecnici, oggi possono emergere con molta più facilità. Ed è un bene, perché la trasparenza deve rafforzare la qualità delle decisioni pubbliche.

Ma proprio da qui nasce anche una riflessione politica e procedurale che non possiamo eludere. Se davvero gli uffici non sono tenuti a verificare lo stato reale degli immobili e se il Consiglio si limita a ricevere documenti tecnici che attestano la regolarità degli interventi, allora si apre un problema serio. Perché in questo modo i consiglieri rischiano di votare sulla base di presupposti solo formali, senza avere la garanzia che quanto rappresentato negli elaborati corrisponda effettivamente alla realtà. E il rischio, a quel punto, è quello di approvare inconsapevolmente una possibile sanatoria edilizia mascherata da normale procedura autorizzativa.

Questo non dovrebbe essere accettabile. Non lo è per il rispetto dovuto alle istituzioni, non lo è per correttezza nei confronti dei cittadini e non lo è nemmeno per tutela di chi opera nel rispetto delle regole. Per troppo tempo forse certe delibere sono passate senza particolari criticità, in un clima di automatismo o di fiducia meramente cartolare. Ma per quanto riguarda Stecco questo approccio non può più bastare.

Da ora in avanti, su pratiche di questo tipo, si dovrebbe ritenere indispensabile un livello di attenzione molto più alto. Non per creare ostacoli pregiudiziali alle imprese, né per trasformare ogni procedimento in una caccia all’errore, ma per ristabilire un principio fondamentale: chi vota deve sapere con precisione che cosa sta votando. E se esiste anche solo il sospetto che tra le carte e la realtà ci sia una distanza, allora quella distanza va colmata prima del voto, non dopo.

Il punto, in fondo, è molto semplice. La legalità urbanistica non può essere considerata un dettaglio tecnico da lasciare sullo sfondo. È parte integrante della credibilità dell’azione amministrativa. Ed è  dovere dei consiglieri, assicurarsi che ogni decisione assunta dal Consiglio sia pienamente consapevole, fondata e trasparente.

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